giovedì 24 novembre 2016

“Ricordo di Edward Said” di Daniel Barenboim


Edward Said
(Gerusalemme, 1935  New York2003)
Forse la prima cosa di cui ci si ricorda a proposito di Edward Said è l’ampiezza dei suoi interessi. Egli non solo si sentiva a proprio agio con la musica, la letteratura, la filosofia o l’interpretazione della politica, ma era anche una di quelle rare persone in grado di cogliere i collegamenti e i paralleli fra le diverse discipline, perché possedeva un’eccezionale capacità di comprensione dello spirito umano, e si rendeva conto che i paralleli e i paradossi non sono contraddizioni.


Edward Said non vedeva la musica solo come una combinazione di suoni, ma comprendeva il fatto che ogni capolavoro musicale è, ed è sempre stato, anche una concezione del mondo. La difficoltà risiede nell’inesprimibilità verbale di tale concezione – perché se fosse possibile esprimerla in parole, la musica non sarebbe più necessaria. Tuttavia Said capì che l’inesprimibilità non equivale a un’assenza di significato.


La sua intelligenza curiosissima, è chiaro, gli dava il privilegio di intuire il subconscio degli individui, dei creatori. A ciò si aggiunga un coraggio spontaneo e naturale nell’espressione del proprio pensiero, ed ecco spiegate l’ammirazione, l’invidia e l’ostilità che tanti nutrivano nei suoi confronti.

Molti israeliani ed ebrei mal sopportavano le critiche che Said rivolgeva non solo al governo israeliano attuale, ma a una certa mentalità, che riconosceva nei pensieri e nelle azioni di Israele – vale a dire l’incapacità di comprendere che la Guerra d’indipendenza d’Israele del 1948, che portò la parte ebraica della popolazione all’acquisizione di una nuova identità, per la popolazione non-ebraica della Palestina fu non solo una sconfitta militare, ma una catastrofe. Said quindi era assai critico verso l’incapacità dei leader israeliani di compiere i gesti simbolici necessari che devono precedere qualunque soluzione politica. Gli arabi, d’altro lato, non erano né sono ancora oggi pronti ad accettare l’apprezzamento che Said manifestava per la storia ebraica, e si limitano a ripetere di non avere colpa per le sofferenze subite dal popolo ebraico.

Era una sua caratteristica la capacità di vedere non solo i diversi aspetti di ogni pensiero o processo, ma anche le loro conseguenze ineluttabili – oltre alla combinazione della dimensione umana, psicologia e storica che, secondo il caso, costituisce la “pre-storia” di tali pensieri e processi. Era una di quelle rare persone permanentemente consapevoli del fatto che l’informazione è solo il primissimo passo verso la comprensione dei fenomeni. E cercava sempre quello che c’era “oltre” una determinata idea, il “non-visibile” dall’occhio, il “non-udibile” dall’orecchio.

Fu una combinazione di tutte queste qualità messe insieme che lo spinse a fondare insieme a me l’East-Western Divan, un forum che offre ai giovani musicisti israeliani e arabi la possibilità di imparare insieme la musica in tutte le sue ramificazioni.

I palestinesi hanno perso con Edward Said uno dei più eloquenti difensori delle loro aspirazioni. Gli israeliani hanno perso un avversario – ma equo e umano. Io ho perso un’anima gemella.

(25 settembre 2003)


Testo tratto da Daniel Barenboim, La musica sveglia il tempo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 20084, pp. 159-160

N.B. Per la biografia di Edward Said leggi QUI

A.B.