giovedì 9 maggio 2013

Giuliano Rizzotto e la “Sequenza V” di Luciano Berio

«Studiare un brano del genere ti apre la mente a tal punto da far sembrare tutto il resto del repertorio una “passeggiata”»

Giuliano Rizzotto con Vinko Globokar


Il prossimo 27 maggio, in occasione del decimo anniversario della scomparsa, laVerdi renderà omaggio, con un concerto straordinario, a Luciano Berio (Oneglia, 24 ottobre 1925 – Roma, 27 maggio 2003), Direttore Onorario dell’istituzione milanese, e legato all’Orchestra Sinfonica di Milano “Giuseppe Verdi” da un’intensa e duratura collaborazione. 

Tra i protagonisti della serata, che vedrà impegnate diverse prime parti de laVerdi, c’è Giuliano Rizzotto, primo trombone solista, che eseguirà la Sequenza V per trombone solo, scritta da Luciano Berio nel 1965. L’ho incontrato per chiedergli di raccontarmi qualcosa in più di questa complessa composizione alla quale è profondamente legato.

In cosa risiedono le difficoltà principali di Sequenza V?
Questo brano è considerato tutt’ora uno dei più difficili da eseguire. La parte è molto complessa perché oltre alle note convenzionali ci sono segni per i movimenti della sordina, per l'uso della voce e per i movimenti del corpo... Quasi un geroglifico!

Quando hai affrontato, per la prima volta, questo brano?
Ho iniziato a studiare Sequenza V con il maestro Vinko Globokar a Fiesole per i Corsi di Alto Perfezionamento – all’epoca  frequentavo il V anno di studio in Conservatorio ad Aosta (1990) –: ho impiegato circa 6 mesi. La mia fortuna è stata di studiare Sequenza proprio con il trombonista che ha collaborato a stretto contatto con Luciano Berio durante la sua stesura.

Il brano era stato commissionato da Stuart Dempster ma la prima ufficiale è stata, infatti, proprio di Globokar. Perché? Immaginate nel 1966 ricevere una partitura del genere! Ovviamente per Dempster fu uno shock e la leggenda narra che riferì a Luciano Berio che la parte era ineseguibile! Qualche anno più tardi, però, si ricredette e Sequenza entrò stabilmente nel suo repertorio.

Quali sono state le tappe principali dello studio di questa partitura?
Da un punto di vista più strettamente tecnico, ho dovuto dividere lo studio in 4 sezioni differenti: movimento della sordina, movimento del corpo, note suonate e note cantate. Una volta che il tutto era decifrato ho iniziato a unirli con calma per assimilarli al meglio. Lo studio di una singola riga poteva impegnarmi per settimane intere anche perché la metrica è misurata in secondi e non in tempo convenzionale.

Che ricordi hai della tua prima esecuzione del brano?
Durante la mia specializzazione in Musica Contemporanea a Parigi, sempre con Vinko Globokar e Benny Sluchin (trombone solista dell’Ensemble Intercontemporain), nel 1991, ho eseguito Sequenza in presenza di Luciano Berio il quale mi ha dato suggerimenti preziosi: in un brano del genere c’è sempre qualcosa da scoprire.

Quali sono i suggerimenti principali che hai ricevuto da Vinko Globokar e Luciano Berio su Sequenza V?
Vinko Globokar si soffermava maggiormente sulle problematiche tecniche dello strumento: ad esempio, come impostare la voce mentre si suona, come soffiare determinati suoni e come usare la sordina plunger per ottenere gli effetti desiderati.

Berio, invece, parlava principalmente del comportamento da tenere sul palco, sulla scena: “[…] se il pubblico ride vuol dire che sta andando bene!”, diceva. Il suggerimento che ricordo maggiormente, però, è: “Prima di tutto ricorda che devi recitare: dimentica di essere un trombonista”. Nella prima parte del brano, infatti, il musicista sta impersonando le gesta di un clown, nello specifico quelle di Grock (Adriano Wettach).

In una “Nota” al brano Luciano Berio afferma, infatti, che Sequenza V “vuole essere un omaggio a Grock e al suo metafisico warum, in inglese why, che del pezzo è il nucleo generatore”. Ti sei documentato su Grock e sul significato del “perché?”, nucleo generatore del brano?
Mi hanno raccontato che Grock era molto famoso e particolarmente bravo nel fare numerose acrobazie durante i suoi numeri. Qualche volta, però, nel mezzo delle evoluzioni iniziava a sbagliare sempre più frequentemente fino ad arrivare a fermarsi, guardare il pubblico esterrefatto e pronunciare con estremo stupore un flebile: “WHY?”. Nessuno sa se tutto ciò era fatto apposta per far ridere o se realmente le acrobazie erano così ardue da non riuscire a essere portate a termine da Grock. L’effetto, in ogni caso, era che la scena, al tempo stesso, era sì comica ma anche drammatica. La maggior parte delle volte il pubblico non rideva e proprio Berio, assistendo da piccolo a una di queste esibizioni,  ne rimase molto colpito e commosso. Il “WHY?” oltre che pronunciarlo tra la prima e seconda parte del brano lo si trova come effetto procurato numerose volte dalla sordina plunger. L’autore ha voluto giocare con le vocali U-A-I riproponendole sia con la voce che con l’uso appunto della sordina. Come? Vi svelo un piccolo segreto: accostando la sordina alla campana dello strumento, suonando si otterrà un suono cupo tipo una U; tenendola, invece, verso il basso della campana si otterrà un suono più chiaro tipo una A. Infine, premendola contro la campana si otterrà un suono aspro tipo una I. Erano gli anni della piena sperimentazione e questo brano ha aperto le porte alle generazioni future su come adoperare i nuovi tipi di scrittura.

Come eseguirai questo brano il prossimo 27 maggio?
Lo eseguirò come voleva Berio stesso senza esagerazioni (vestiti o trucchi) che purtroppo hanno inquinato il brano: frac, maglietta bianca, scarpe da ginnastica bianche e, come omaggio al clown, se si vuole, una rosa rossa nel taschino.

Adriana Benignetti