mercoledì 28 dicembre 2016

“Ernesto A. L. Coop”

da “Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento” di Vincenzo Vitale (Napoli, 13 dicembre 1908 – Ivi, 21 luglio 1984)

Ernesto A. L. Coop

Un vecchio album di pezzi pianistici rilegato in tela ed oro. Sulle copertine, tra arabeschi e ghirigori, titoli annuncianti moti dell’animo, fenomeni meteorologici, località turistiche, date fatidiche (L’âme qui rêve. L’imitazione del temporale. La pluie des perles. Sur le lac) e decorazioni floreali che incorniciano zuccherose immagini femminili. Da una di quelle copertine (lucida, fastosa nella sua decorazione policroma) sorride, verginale e vasta, una giovinetta che pare diffonda odor di vaniglia, in contrasto con quello, acre, di muffa, che impregna tutto il volume.

La bellissima è il titolo del pezzo. Autore ne è Ernesto A. L. Coop[1], dal solenne triplice nome e dall’esotico cognome di origine anglo-sassone.

Se Francesco Lanza fu un artista cui la cultura musicale non difettò, e che abbia ampia e sicura nozione dell’opera dei grandi romantici, non così può dirsi del suo quasi contemporaneo Ernesto A. L. Coop. In questo distinto gentiluomo, che usava carrozza e cavalli per recarsi ad impartir lezioni nelle case dei nobili e dei ricchi napoletani, v’era solo un’epidermica conoscenza del romanticismo pianistico.

L’eroismo, la tristezza, l’amore, il pensiero della morte, che si trasfigurano in atto poetico nei sommi finirono in lui nella decalcomania.

Ernesto Coop fu il campione d'una malinconia di maniera e, nella fiera dell'impudicizia sentimentale, occupò un posto di privilegio. Basterebbero i soli titoli dei suoi pezzi pianistici a denunziarne non che i limiti, la povertà dell'invenzione, la carenza del gusto: La tristezza, La smania, Lo scherzo, La sciocchezza. E soprattutto il Pensiero lugubre. Notturno op. 50, che fece illanguidire per decenni i frequentatori dei salotti napoletani nella seconda metà dell’Ottocento. 



I Notturni di Field e di Chopin, i  Nachtstücke di Schumann, il notturnismo minore di Teodoro Döhler (che pure aveva una sua cifra di distinzione) e quanto, ispirandosi alle ombre, l’estetica romantica aveva prodotto, erano ancora impopolari nel ceto incolto o affezionato solo alla musica da teatro e che preferiva la più accessibile e dichiarata sbavatura delle pagine di Ernesto Coop, cavaliere delle ‘periodiche’ partenopee. Era nato a Messina il 17 giugno 1802[2]. Il padre era avvocato, ed appassionato cultore di musica. Nella sua dimora à la page presso il mondo elegante ed intellettuale cittadino si eseguivano Haydn, Mozart, Beethoven. E se si tiene conto di questo importante fattore ambientale si ha ragione di ritenere che gli insegnanti del Coop, Aspio e Mazza, non influissero beneficamente sull'evoluzione musicale del proprio alunno, ma che anzi ne deviassero la buona formazione iniziale.

Non che il giovane pianista fosse, come esecutore, privo di talento. Anzi, se si leggono le cronache delle sue esibizioni, si rivela quanti ammirati consensi ottenessero le sue performances nei cenacoli privati e nelle pubbliche ‘tornate’. Fin dal suo arrivo a Napoli si distinse per doti di suoni e di eleganza, quantunque la sua precisione non fosse delle più ammirevoli. Ma il successo gli arrise e non mancò di far giungere i suoi echi fino ad una stella del concertismo internazionale presente allora a Napoli: a Sigismondo Thalberg, che invitò il giovane pianista siciliano ad eseguire con lui pezzi trascritti per due pianoforti. Importante attestazione di stima, questa, che fornì al Coop il principale titolo di vanto; superiore forse al successo ch’egli ebbe col suo Pensiero lugubre.

Nel 1865 il Conservatorio di S. Pietro a Majella accolse il Coop come insegnante di pianoforte. Ma i corridoi di quello ‘Stabilimento musicale’ non furono per lui cosparsi di rose. La sua figura fu giudicata, dai capoccia di allora, inferiore al compito, con sentenza senza speranza di appello. Sentenza che non si modificò neanche quando due giovani 'virtuosi', i fratelli Luigi e Vincenzo Romaniello (il primo, in seguito, alunno del Cesi), vennero fuori dalla sua classe. E come spesso accade, il povero Coop fu giudicato severamente proprio là dove aveva prodotto il meglio di sé. E la sua cattiva sorte conservatoriale fu così virulenta che ho udito nella mia giovinezza maestri anziani parlare di lui con sussiegoso disprezzo: forse ad qeuilibrare le altisonanti parole dell'elogio funebre, lette nella Chiesa dell'Addolorata alla Duchesca il 18 settembre del 1879, alla sua morte. 

Ma anche a me sia permesso di sacrificare al nume della paccottiglia, dedicandogli un ringraziamento per l'emozione inedita che mi suscitò molti anni fa l'ascoltare in una serata di luna le note tenerelle della Bellissima: in uno dei superstiti vicoli della vecchia Napoli, verso l'allora ancor verde gradinata del Mojariello, che conduce al Bosco di Capodimonte. Forse vi avrebbe prestato orecchio anche Salvatore Di Giacomo per ambientarvi il suo Pianefforte 'e notte

Logoro album pianistico, ricco di notine che vanno su e giù per la pagina, a miriadi, fini e sottili come quelle pelurie del grano che ti capitano d'estate nello scompartimento, in treno. Che ti vien voglia di soffiarci su per vederle volare più in alto. E disfarsi. 


Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento, Saggi Bibliopolis 10, Napoli: Bibliopolis 1983

A. B.


[1] Iniziali dei nomi Antonio e Luigi, com’è sempre annotato sulle copertine dei pezzi pianistici di Coop. Un figlio di lui, Ernesto, pianista, nacque a Napoli il 6 aprile 1859. Studiò prima col padre e poi, a Lipsia, composizione e pianoforte con diversi insegnanti. Morì a Napoli il 6 febbraio 1929.
[2] Così Luigi Alberto Villanis (L’arte del pianoforte in Italia, Torino, 1907; riedito da Forni, Bologna, 1969). Pannain indica: 1812 (Ottocento musicale italiano, Milano, Curci, 1952). Il Pannain inquadra Coop nel mondo dei pianisti salottieri di Napoli, attribuendogli comunque una funzione sociale di rilievo e dandogli maggior risalto che a Francesco Lanza, di cui dice: «A Napoli fin dal principio del secolo aveva insegnato pianoforte un tal Francesco Lanza…» (op. cit., p. 145)