venerdì 27 maggio 2016

“Cavalleria rusticana”: la trama

Cavalleria rusticana

Melodramma in un atto

Musica
Pietro Mascagni (Livorno, 7 dicembre 1863 – Roma, 2 agosto 1945)


Libretto
Giovanni Targioni-Tozzetti (Livorno, 17 marzo 1863 – Ivi, 30 maggio 1934) e Guido Menasci (Livorno, 24 marzo 1867 – Ivi, 27 dicembre 1925), dal dramma omonimo di Giovanni Verga

Prima rappresentazione
Roma, Teatro Costanzi, 17 maggio 1890

Personaggi:

Santuzza (soprano)
Lola (mezzosoprano)
Turiddu (tenore)
Alfio (baritono)
Lucia (contralto)

Contadini e contadine

La trama (testo tratto da teatroallascala.org)
Durante il preludio, a sipario chiuso, Turiddu intona una serenata – una «siciliana» – a Lola, la ragazza a cui s’era promesso prima di andar soldato e che ha ritrovato, al suo ritorno, sposa a compar Alfio, un carrettiere benestante. La scena rappresenta la piazza d’un villaggio nei dintorni di Catania, a destra la chiesa, a sinistra l’osteria di mamma Lucia. Uno scampanio festoso saluta la mattina di Pasqua mentre i cori giocondi dei contadini e delle contadine si ricorrono dai campi e dagli agrumeti. Santuzza, amante di Turiddu, rosa dal sospetto che il giovane sia tornato a trescare con la sua vecchia fiamma (le hanno riferito d’averlo visto a notte alta presso la casa di Lola), viene a cercarlo da mamma Lucia, che risponde, gelida, di lasciare in pace suo figlio. «Perché lo cerchi fin qui? Turiddu non c’è, è andato a prender del vino a Francofonte », le dice. «Non è vero», replica Santuzza, «non s’è mosso dal paese». 

Lucia si turba a questa notizia, intuisce la verità e invita Santuzza a entrare, per parlare più liberamente.  «Non posso entrare in casa vostra», confessa la ragazza, «sono scomunicata». Il dialogo delle due donne viene interrotto dal sopraggiungere di compar Alfio che, accompagnato da un gruppo di compaesani, inneggia euforico alla vita errabonda e libera del carrettiere, felice in fondo d’essere atteso a casa, ogni sera, dalla moglie fedele.

S’aduna intanto sulla piazza la folla per partecipare alla processione pasquale, che si conclude poi in chiesa con la funzione solenne. Santuzza, scomunicata per la sua relazione scandalosa con Turiddu, non può entrare nel tempio: ferma mamma Lucia, che sta per avviarsi, e le rivela, in lacrime, il suo disperato amore per il giovane; egli l’ha sedotta soltanto per consolarsi del matrimonio di Lola, ma il suo cuore è ancora tutto per la sposa di Alfio, che lo ricambia con l’antica passione, tradendo apertamente il marito. Mamma Lucia entra in chiesa, angosciata da un triste presentimento.

Rimasta sola, Santuzza vede avvicinarsi Turiddu e lo affronta: deve essere il momento della chiarificazione, ma lui non vuole ascoltarla. Prima tenta malamente di mentire sulle sue assenze da casa e sui suoi incontri con Lola, poi alle contestazioni incalzanti di Santuzza oppone in crescendo tutto il repertorio dell’arroganza maschile, passando ipocritamente dai toni del fastidio per la «vana gelosia» all’orgoglio offeso e all’indignazione minacciosa per aver dovuto sopportare tanta oltraggiosa ingratitudine. A sua volta, Santuzza passa dalle accorate accuse per la scoperta infedeltà alla rabbia, all’umiliazione e all’implorazione del perdono quando, di fronte al calcolato «giusto sdegno» di Turiddu, ha paura di perderlo.

Arriva intanto Lola, canticchiando provocante uno stornello dedicato a Turiddu. Vedendo i due, s’arresta un momento e chiede a Santuzza, con sarcasmo, come mai non vada alla messa. «Ci deve andare chi sa di non aver peccato», risponde fiera Santuzza. Entrata Lola in chiesa, riprende il confronto fra i due amanti in una tensione sempre più drammatica tra la finta collera di Turiddu e l’esasperazione di Santuzza, che, alla fine, lancia al giovane un’oscura minaccia: «Bada!». Alla risposta di scherno di Turiddu che s’avvia alla chiesa senza degnarla più di uno sguardo, gli urla la sua maledizione: «A te la mala Pasqua, spergiuro!».

Quando sopraggiunge compar Alfio, Santuzza, sconvolta, gli svela la tresca di Turiddu con sua moglie. «Mentre voi correte all’acqua e al vento a guadagnarvi il pane», gli dice, «Lola v’adorna il tetto in malo modo». Alfio l’ascolta con furore contenuto e, quando capisce che Santuzza gli racconta la verità, giura di vendicare il suo onore.

La funzione è finita, la folla esce di chiesa, un gruppo di uomini si sofferma all’osteria. Turiddu invita gli amici a un brindisi pasquale e offre da bere a compar Alfio. «Grazie», risponde Alfio, «ma il vostro vino non l’accetto. Mi sembrerebbe veleno». Turiddu intuisce e rovescia a terra il contenuto del bicchiere. «A piacer vostro», dice. Sono le scarne parole di un’antica liturgia rusticana. Gli amici ammutoliscono. Alcune comari si fanno intorno a Lola e l’invitano, sollecite, a rientrare in casa. Poi il giovane stringe in un abbraccio Alfio e gli morde, secondo il rito, l’orecchio destro. «Compare, avete il morso buono, ci intenderemo bene a quel che pare», replica Alfio freddamente. Il rituale della sfida è concluso, l’appuntamento è immediato, negli orti vicini, appena fuori dal paese. 


Prima di seguire il rivale, Turiddu invoca la madre, chiedendo la sua benedizione, come il giorno in cui partì soldato. La povera donna non sa rendersi conto di quell’improvvisa commozione ma Turiddu non le lascia il tempo di domandare, dice d’essere alterato dal troppo vino bevuto e la implora, se mai non dovesse tornare, di fare da madre a Santuzza, che resterebbe sola al mondo dopo, che lui l’ha disonorata. Poi la bacia ripetutamente e fugge verso la campagna. 


Pochi momenti dopo, il dramma è compiuto. S’ode dai vicoli un indistinto mormorio e subito il grido straziante di una donna che accorre sulla piazza: «Hanno ammazzato compare Turiddu!».