domenica 12 febbraio 2017

“Il Liceo Musicale e la Galleria Umberto I” di V. Vitale

da Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento
Vincenzo Vitale (Napoli, 13 dicembre 1908 – Ivi, 21 luglio 1984)

Il Liceo Musicale e la Galleria Umberto I

(Foto:  sirenapartenope.it)

La Galleria Umberto I è l’elemento architettonico più noto di Napoli. Più noto, è inutile dirlo, al profanum vulgus, che vede la bellezza nel voluminoso, nel mastodontico, nel cincischiato. Tuttavia, coi suoi pregi ed i suoi difetti, la Galleria ha, nella storia recente del costume di Napoli, un suo privilegio di priorità sui monumenti di ben altro valore artistico. Nella Galleria convergono le linee essenziali d’una cultura che non si scomponeva, durante quel bonario umanesimo che fu l’ottocento napoletano, in dissociate membra, ma si unificava piuttosto in un ben definito organismo. Conseguenza e simbolo di operosità nel mondo della tecnica e dell’arte d’allora.



La Galleria nacque sotto il segno della musica. Essa si generò nel suo principale elemento, la cupola, proprio da un ingegnere-musicista, il primo dei fratelli Boubée, Paolo, che la progettò. Violinista eccellente, Paolo Boubée capeggiava un quartetto che contribuì alla conoscenza di Haydn, di Mozart e di Beethoven, incuneandosi nel mondo musicale partenopeo dedito a coltivare la passione per il melodramma, ignorando, o quasi, la musica da camera. Paolo Boubée, tra compassi, squadre e matite, col violino sempre pronto a servire da correttivo all’addensarsi di numeri e di segni logaritmici, progettò la famosa cupola della Galleria. 

Forse un po’ della sua passione per Euterpe egli trasmise a quelle strutture di ferro e di vetro, perché proteggessero e quasi ossigenassero quanto di musica avveniva nei vari bracci del mastodontico edificio. Sotto la cupola era un addensarsi dei personaggi più vari: dall’attore di teatro al ‘fine dicitore’ di cafè-chantant, dal canzonettista al ‘posteggiatore’. Ma soprattutto vi convenivano i cantanti lirici. Non le stars, naturalmente, ma i comprimari ed i coristi. Se occorreva un ‘Ferrando’ nel Trovatore, si sollecitava il solito e noto interprete del personaggio, se ‘Fra’ Melitone’ era ammalato, si procurava, tra gli aspiranti al ruolo, di sperimentare il giovane in attesa della buona occasione. E poi: violinisti, violoncellisti, contrabbassisti e, via via, strumentisti a fiato, timpanisti, batteristi, una vera folla che sarebbe assurdo immaginare oggi, in tempi di magra, con orchestra che languono, alimentate da giapponesi, bulgari, romeni e filippini: tappabuchi che, nel ricordo d’una attività ormai leggendaria, fa tanta tristezza vedere seduti nei nostri teatri, sulle nostre pedane da concerto, al posto di quanti avrebbero potuto scegliere un rifugio sicuro al loro avvenire artistico e professionale. Ma tant’è! Il pianoforte affascina. E sottrae sempre più reclute all’orchestra. Falangi, turbe, eserciti di suonatori di pianoforte dilagano travolgendo uomini e cose. La Galleria contribuì in maniera cospicua al diffondersi della passione pianistica. Vi ebbero sede negozi che vendevano tonnellate di musiche pe la tastiera: dal metodo didattico alla collezione di studi, dalla canzonetta allo spartito d’opera per pianoforte solo, dal moracea de salon del maestro napoletano alle raccolte di musiche del grande repertorio. 

Tutto oggi riducibile a pochi e striminziti scaffali, confinati nel retro d’un famoso negozio di musica, dove in primo piano vengono sbandierati i più variopinti ed appetibili parti della discografia straripante. V’erano rivendite di pianoforti che alimentarono un mercato sempre più esigente, un’attività che la famiglia Celentano nutrì d’una passione non solo commerciale ma soprattutto volta a suscitare iniziative concertistiche, parallelamente ad altre famiglie di commercianti e di musicisti: i D’Ambrosio, i Curci, i Napolitano, che a pochi passi dalla Galleria gestivano negozi di musica, dove soprattutto, se non unicamente, si vendevano pianoforti. Tutti erano in gara per introdurre e diffondere le grandi marche tedesche che, a poco a poco, venivano sostituendo e superando le classiche etichette francesi di Erard, di Pleyel, di Gaveau. Ma la Galleria ospitò quanto di meglio si potesse desiderare in Italia in fatto di scuole di musica private: il Liceo Musicale di Napoli, istituzione che dal pianoforte si generò e che al pianoforte deve la sua sopravvivenza, anche se ormai costretto a cedere di fronte ai numerosi conservatori istituiti in ogni villaggio, in ogni borgo. Sigismondo Cesi ed Ernesto Marciano che lo fondarono chiesero ad Alessandro Longo come intitolare la nuova scuola, ed egli suggerì la semplice e schematica dizione ‘Liceo Musicale di Napoli’. 

Fu il primo elemento di successo. Il Conservatorio era di accesso difficile per le reclute pianistiche: il ‘numero chiuso’ obbligava ad affrontare un concorso. Per due o tre posti liberi i concorrenti erano decine. Le classi, allora, non venivano distribuite lippis et tonsoribus e la triade Longo, Rossomandi, Romaniello era inattaccabile dalle tarme. Il Liceo Musicale di Napoli apriva le porte a tutti i volenterosi. La selezione l’avrebbe fatta la pugna professionale, dopo. L’Istituto annoverò nel periodo felice circa ottocento iscritti, cifra, a quel tempo, assolutamente impensabile per una scuola musicale privata. 

Se i tre insegnanti di pianoforte del Conservatorio furono il simbolo dello scettro didattico, il binomio Cesi e Marciano costituì un’ambasceria, una mediazione che accrebbe il prestigio della cosiddetta ‘Scuola pianistica napoletana’. Una schiera di bravi e, talvolta, brillanti pianisti uscì dal Liceo Musicale di Napoli. Privilegiate le donne, tra cui spiccò per un successo incontestato Tina Filipponi morta a 23 anni nel pieno della sua affermazione artistica che, specialmente a Napoli, raggiunse punte di fanatismo. L’ascoltai purtroppo durante un’esibizione poco felice. E mi sembrò alquanto approssimativa e improvvisatrice. Era alunna di Ernesto Marciano, un didatta intelligente e prolifico che insegnò anche ad elementi notevolmente agguerriti, tra cui si distinse Enrico Naso dedicatosi, poi, particolarmente all’insegnamento come professore nel Conservatorio di Napoli. Sigismondo Cesi, in amichevole gara col sodale Marciano, generò pianisti che oggi, col mostruoso moltiplicarsi dei combattenti della tastiera, sono rimasti solo nel ricordo dei sopravvissuti: prima fra un gruppo di donne Nina Borrelli, dal freschissimo talento strumentale, e le tre sorelle Vetere che, allora, nella più giovane, Rosetta, ebbero un esemplare di eccezionali doti pianistiche e di venustà fisica. Nel Liceo Musicale si formarono non solo bravi pianisti, ma anche valorosi insegnanti, che poi divennero titolari di cattedra nelle scuole di musica statali, quando essere ‘maestro del Conservatorio’ era considerato il più alto grado del successo professionale, quando per raggiungere quel Parnaso didattico era d’obbligo vincere concorsi per prove, che superavano in pericolosità le vessazioni immaginate da Schikaneder per il Flauto Magico

Ora tutto langue al centro della sventurata Napoli. Via i canzonettisti, gli strumentisti d’orchestra, i coristi in cerca di lavoro, via i ‘Ferrando’, i ‘Fra’ Melitone’, le ‘Nannine’, le ‘Berte’. Chiusi i quattro cinematografi, decaduto il superstite e glorioso ‘Salone Margherita’. E, soprattutto, via il ‘Liceo Musicale di Napoli’, sloggiato da notai, avvocati e commercialisti che se ne servono come uffici. Andrea Celentano non attraversa più la Galleria in redingote e bombetta per avviarsi al suo negozio di pianoforti. Solo i segni dello Zodiaco sono ancora lì, intarsiati nei marmi protetti (si fa per dire!) dalla Cupola che gocciola, quando piove, come se lacrimasse su d’un passato senza ritorni, sul ricordo d’un costume non certo esemplare, ma almeno ricco di fermenti artistici.


   (Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento, Saggi Bibliopolis 10, Napoli: Bibliopolis 1983, pp. 117-120)




Adriana Benignetti